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Mendel, un genio incompreso nato “troppo presto” in Moravia, dopo la sua morte diventerà il padre della genetica, una scienza che ha trasformato per sempre il nostro modo di intendere la natura.

Gregor Mendel è uno dei protagonisti del viaggio attraverso le pagine del libro della vita che vuole sfogliare la mostra “DNA. Il grande libro della vita da Mendel alla genomica”, in scena a Roma fino al 18 giugno. Tra i curatori della mostra Telmo Pievani, evoluzionista e filosofo della scienza che al Parco Natura Viva ha incontrato il pubblico proprio durante gli appuntamenti dei “Weekend della Scienza al PNV”

In un mondo per lo più microscopico e invisibile, Telmo Pievani ci conduce alla scoperta delle leggi dell’ereditarietà, delle storie dei grandi scienziati che, come Watson e Crick, ci hanno permesso di comprendere la struttura e la funzione del DNA, delle nuove frontiere della genomica, delle applicazioni pratiche di queste discipline e di come influenzano e influenzeranno sempre di più la nostra vita e il nostro ambiente, delle terapie geniche personalizzate, della vita sintetica, di caccia al colpevole tramite il DNA, di passato, presente e futuro, e di molto altro ancora.

 

TELMO PIEVANI RACCONTA LA MOSTRA

“La mostra DNA nasce da una sfida: raccontare l’invisibile”, spiega durante una presentazione Telmo Pievani, curatore della mostra insieme a Bernardino Fantini, Sergio Pimpinelli e Fabrizio Rufo. “Rendere visibile ciò che sta chiuso dentro i nuclei delle nostre cellule, cioè mostrare quelle letterine che compongono il filamento lungo più di due metri che chiamiamo DNA. E’ una storia di ricerca, un’avventura di esplorazione e di curiosità, che comincia alla metà dell’ottocento con un genio misconosciuto, che precorre i propri tempi, con uno sguardo botanico ma anche statistico e matematico. E’ Gregor Mendel, che comprende le leggi dell’ereditarietà, le trascrive, le pronuncia, cerca di spiegarle agli altri ma nessuno ne accoglie la validità. Allora la storia fa un grande balzo, perché bisognerà aspettare fino al 1900 finchè molti studiosi in diverse parti d’Europa, non riscoprano le leggi di Mendel. Da quel momento in poi sarà una grande cavalcata di scoperte, perché si comprende l’esistenza dei geni sui cromosomi, delle mutazioni genetiche e si scopre la doppia elica del DNA.

Ma da questa mostra si capisce anche un’altra cosa: mentre nella sala iniziale il DNA è rappresentato come matrix, come una matrice, come un codice lineare di letterine nascoste, la storia ci porterà a scoprire che in realtà il DNA è anche fatto di materia: i geni sono fatti di materia tridimensionale, che interagisce con il resto della cellula e con l’ambiente. Si tratta di una scoperta che ci permette di arrivare alla seconda parte della mostra nella quale raccontiamo le tecnologie più avveniristiche che sono e che saranno rese possibili dal sequenziamento del DNA.

Prima tra tutti la clonazione, una tecnica che ormai ha quasi vent’anni ed è testimoniata da alcuni reperti della famosa pecora Dolly. La clonazione offre la possibilità di prelevare il genoma dal nucleo di una cellula somatica e impiantarlo dentro una cellula uovo, facendo venir fuori così un individuo che ha lo stesso genoma della cellula donatrice di partenza. La clonazione viene utilizzata con questo principio anche in medicina rigenerativa ma l’utilizzo generale che si fa del DNA è davvero sfaccettato: lo si può impiegare per individuare un colpevole attraverso prove molecolari ottenute dalla scena del delitto, come fa la polizia scientifica che ha curato una speciale sezione della mostra; si può ricavare il DNA anche dai fossili, per gli studi sulle specie estinte; ma poi si arriva al futuro, che nel contempo è promettente e inquietante.

Oggi, dopo decenni impiegati a leggere e mettere in sequenza queste letterine, siamo diventati capaci a riscrivere il codice genetico ovvero, prelevarlo, correggerlo e reimpiantarlo. Questo significa che tra poco tempo, con una spesa non onerosa e alla portata di molti laboratori di ricerca, potremo fare il copia e incolla del DNA, attività del futuro dell’ingegneria genetica. Si tratta di una branca scientifica che promette molto sul piano della medicina, ma anche della costruzione di organismi sintetici, ovvero cellule naturali che contengono un genoma sintetizzato a partire dal computer. Possibilità che fino a qualche anno fa sembravano fantascienza, oggi invece sono diventate realtà.

La mostra si chiude però tornando nel tridimensionale con Liuba, una cucciola di mammuth. Lei rappresenta il futuro che ancora non è a portata di mano, quello in cui sarà possibile prelevare il DNA di una specie già estinta proprio come il mammuth, sequenziarlo tutto, impiantarlo nella cellula uovo di una specie simile (come potrebbe essere un’elefantessa indiana) e resuscitare il mammuth. Anche questo naturalmente suscita molte domande: sarà giusto farlo? La curiosità umana ci dice che se è possibile farlo probabilmente prima o poi ci si proverà.

Tante domande aperte sul futuro, in una mostra che non darà le risposte ma che lascerà liberamente al visitatore la possibilità di farsi un’opinione.”

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