di Marta Tezza

Esistono alcune piante che per trasportare il polline da un fiore all’altro utilizzano il vento o anche l’acqua, ma si tratta di “corrieri” non specializzati, che costringono le piante a produrre polline in grosse quantità per essere certe di ottenere un risultato. Affidarsi a un mezzo meno imprevedibile invece, dà maggiore certezza del risultato anche se può diventare dispendioso.

Noi spesso siamo portati a pensare che le api e i loro colleghi impollinatori siano dei benefattori e che essi svolgano il loro compito coscienziosamente in nome di una missione. In realtà le piante, che traggono beneficio dall’impollinazione, offrono agli animali una ricompensa, sotto forma di una sostanza zuccherina, il nettare. L’insetto si appoggia sui fiori, a volte su vere e proprie piste di atterraggio segnalate da punti e striature, per raccogliere il nettare e nello stesso tempo, accidentalmente, raccoglie il polline.

Le piante hanno raggiunto livelli di raffinatezza incredibili per convincere gli insetti: alcune orchidee, per esempio, hanno un petalo modificato che assomiglia al corpo di una femmina della specie impollinatrice. I maschi, attirati dalla forma, ma anche inebriati da odori che ricalcano i feromoni femminili, tentano un approccio con il petalo ingannatore e muovendosi raccolgono il polline. In seguito verranno attratti da un’altra “femmina” e lasceranno il prezioso bottino su un altro fiore, garantendo così l’impollinazione.

I trucchi che le piante utilizzano si spingono anche oltre: alcune specie possono emettere sostanze simili ai feromoni di allarme di alcuni insetti. In questo caso non intendono attrarre l’insetto di cui riproducono il feromone, ma il suo predatore, che diverrà ignaro impollinatore. La rafflesia, la pianta che ha il fiore più grande esistente invece, attira insetti che normalmente si aggirano intorno alle carogne.

Per farlo emette odori nauseabondi.

E cosa dire di quanto succede tra le specie di yucca, piante originarie del continente americano, e alcune tignole? Le femmine dell’insetto hanno un apparato boccale con una specie di tentacolo che viene utilizzato per raccogliere il polline, che viene conservato. Quando una femmina si posa su un fiore prima di ogni altra tignola, depone un uovo nell’ovario della pianta e poi va a depositare una piccola quantità di polline sullo stigma del fiore. In questo modo è la pianta a venire ricompensata: “concede” la possibilità che le larve si sviluppino rinunciando a una parte di semi, in cambio dell’impollinazione. Il rischio è alto e sono sempre in agguato tignole ingannatrici che depongono le uova anche se il fiore è già stato impollinato, causando una ulteriore perdita di semi!

Oltre agli insetti, molte specie animali sono considerate impollinatrici: da pipistrelli a rettili, da uccelli come il famoso colibrì a varie specie di pappagallo. Tra i mammiferi, il lemure macaco per esempio visita i fiori della palma del viaggiatore, per raccogliere a piene mani o leccare il nettare. Così facendo contribuisce all’impollinazione.

Negli ultimi decenni si assiste a una diminuzione degli impollinatori, che avrà serie ripercussioni sulla nostra vita, se consideriamo che molte piante che ci forniscono cibo si servono degli insetti. Intanto, gruppi di ricercatori cercano una via alternativa con l’utilizzo di piccoli droni studiati per l’impollinazione. Per porre un rimedio dovremmo sempre più rivedere il nostro stile di vita e rendere l’ambiente più adatto alla sopravvivenza delle specie che sono in declino. Da questo dipende anche la vita dell’uomo.

 

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