“Il coinvolgimento del pubblico sulle grandi domande che si pone la scienza sta diventando centrale, anche grazie ai nuovi linguaggi della comunicazione, interattivi e sperimentali. Ma non bisogna cedere ad una comunicazione paternalistica e supponente: in Italia c’è una fortissima domanda di democrazia della conoscenza, alla quale dobbiamo corrispondere con progetti all’altezza. Un parco zoologico risponde al modello che oggi chiamiamo “public engagement in science”, grazie al quale siamo in grado di condividere il sapere”. Il giornalismo scientifico italiano si sta rinnovando ed una nuova generazione di firme si sta conquistando a fatica il meritato spazio. E’ un bel momento per sperimentare nuove forme di comunicazione scientifica. Però non mi piace il sensazionalismo nell’annunciare le scoperte scientifiche, perché alla lunga non paga, il pubblico vuole trasparenza e senso critico, non la difesa d’ufficio di come è bella e buona la scienza. Quanto a me, non vedo l’ora di scrivere un pezzo sulla scoperta di una forma di vita batterica su un altro pianeta. Che splendido esperimento sarebbe capire se gli altri ci assomigliano o sono completamente diversi da noi!”

INTERVISTA INTEGRALE

– Telmo Pievani, cosa spinge un filosofo della scienza ad assumere la direzione della testata giornalistica di un parco zoologico?

Per me la filosofia della scienza non è una disciplina chiusa tra quattro mura, che si interroga su micro-problemi concettuali e logici di nessuna rilevanza culturale. Mi occupo di filosofia delle scienze biologiche nel senso che mi interessano i temi filosofici e teorici che emergono alla frontiera della ricerca concreta nel campo delle scienze della vita. In particolare, sono un evoluzionista, lavoro in un Dipartimento di Biologia ma le domande che mi pongo sono davvero molto filosofiche, visto che stanno al centro della filosofia occidentale da almeno duemila anni! Sembra strano ma oggi, attraverso le lenti della scienza, possiamo contribuire a rispondere in modo inedito a domande come: Da dove veniamo, qual è il posto dell’uomo nella natura, che cosa significa quando diciamo che un nostro comportamento è “naturale”, come stiamo interagendo con l’ambiente, che cosa di profondo ci lega al resto del mondo animale, come si è sviluppata la meravigliosa biodiversità che ci circonda. Come vedi, chi se non un filosofo dell’evoluzione può affrontare questi temi per il grande pubblico? 

– L’idea di Telmo Pievani per la linea editoriale di “Natura Viva” magazine?

Il magazine nelle sue ultime uscite è già molto cambiato e ben fatto. Ma la filosofia della conservazione oggi sta cambiando e nuove sfide si annunciano: la crisi della biodiversità, le interazioni con gli animali urbanizzati, la conservazioni in situ ed ex situ, la collaborazione con le popolazioni locali, nuove modalità di coinvolgimento pubblico nella scienza, la citizen science, le banche genetiche per prevenire l’estinzione, idee visionarie come la de-estinzione. Sono tematiche che devono essere condivise con il grande pubblico, facendo esempi e raccontando storie significative. Questo sul fronte dei contenuti, poi ci sono i nuovi linguaggi della comunicazione, multimediali, social, interattivi, che proverei a sperimentare maggiormente. A me piace l’idea di costruire insieme una “ecologia dei nuovi media”, cioè nuovi media civili e pieni di contenuti innovativi e culturalmente centrali, come i nostri scientifici e naturalistici. Anche per combattere, attraverso la cultura scientifica, l’inciviltà che purtroppo prolifera sulla Rete. Oggi il web ha bisogno di fonti autorevoli, attendibili, trasparenti. Infine, a me piace molto sperimentare nuove fusioni di linguaggi: la scienza e la natura con il teatro, l’arte, la comicità, il fumetto, la graphic novel, per adulti, ragazzi e bambini. Anche per far capire che alla fine la cultura è una sola, senza aggettivi.

– Comunicazione della scienza. Cosa non farebbe mai Telmo Pievani?

Non darei mai per scontato con i lettori una qualsiasi nozione tecnica. E poi non cederei mai alla comunicazione della scienza paternalistica e supponente. La scienza, la curiosità e l’amore per la natura sono tra le espressioni più belle dell’intelligenza di Homo sapiens. Vanno condivise con tutti e in qualsiasi contesto senza alcuno snobismo. In Italia c’è una fortissima domanda di democrazia della conoscenza, alla quale dobbiamo corrispondere con progetti all’altezza.

– Quali carte gioca un parco zoologico per comunicare la scienza?

Ha una carta fondamentale: l’interazione dei visitatori e la condivisione di un percorso conoscitivo comune, emozionante, da parte di una platea internazionale trasversale ed eterogenea, che va dai turisti alle famiglie alle classi. E’ il modello che oggi chiamiamo public engagement in science. Non basta più comunicare, non basta più educare. Bisogna interagire, condividere, avere un’emozione in comune, fare un’esperienza insieme.

– Che momento sta vivendo il giornalismo scientifico?

Il giornalismo scientifico italiano si sta finalmente rinnovando. Una nuova generazione di giovani firme sta conquistando, a fatica, il meritato spazio. I nuovi media evolvono rapidamente e interagiscono, senza soppiantarli, con i vecchi, in modalità inedite. E’ un bel momento per sperimentare nuove forme di comunicazione scientifica naturalistica.

– Luci e ombre del giornalismo scientifico?

Non mi piace il sensazionalismo nell’annunciare le scoperte scientifiche, perché alla lunga non paga. Bisogna ricordare che il pubblico vuole trasparenza e senso critico, non la difesa d’ufficio di come è bella e buona la scienza. Ma soprattutto vuole storie appassionanti. Il metodo migliore è comunicare la scienza raccontando i suoi prodotti (teorie, scoperte, formule, idee, invenzioni), ma anche i suoi processi (le biografie umane e intellettuali su come si è arrivati a quei risultati, anche attraverso errori, contraddizioni, commistioni).

– Il prossimo pezzo che vorrebbe scrivere Telmo Pievani?

Un filosofo della biologia come me non vede l’ora di scrivere un pezzo sulla scoperta di una forma di vita batterica su un altro pianeta… che splendido esperimento sarebbe capire se gli altri ci assomigliano o sono completamente diversi da noi. Ma visto che probabilmente la notizia non è così prossima, nel frattempo penso ad altri argomenti…!

– La specie animale che esercita su di te maggior fascino?

In questo momento il casuario, perché potrebbe essere davvero un dinosauro evoluto. Abbiamo immaginato mondi popolati da dinosauri per decenni e stai a vedere che ne avevamo uno sotto il naso, anche se un po’ nascosto in Australia. In generale mi affascinano gli animali più elusivi, quelli che non si fanno mai vedere, perché hanno avuto l’intelligenza di capire chi siamo noi sapiens (e quindi stanno alla larga).

– Compiamo un viaggio nel regno dell’impossibile: un filosofo della scienza in politica. La prima cosa che farebbe?

Facile: darei un sacco di soldi per la ricerca scientifica e tecnologica in Italia, incluse la comunicazione e l’educazione scientifica precoce. Se i nostri ricercatori avessero gli stessi soldi dei loro omologhi tedeschi o inglesi, sarebbero i più produttivi al mondo, con ricadute anche economiche notevoli. Dai paesi emergenti verrebbero a studiare da noi i migliori e il circolo diventerebbe subito virtuoso. Ma non succederà: la nostra classe politica non è culturalmente all’altezza dei suoi alti compiti.

– L’avvenimento a cui hai assistito nella tua vita che ricordi con maggior stupore.

La prima volta in cui ho camminato nel fitto della foresta amazzonica, in Ecuador, all’alba. I suoni, i colori, gli odori. E’ un’esperienza del “sublime” nel senso romantico del termine, qualcosa che desta meraviglia e al contempo ti fa sentire un nulla.

 

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